SOLECHESORGE

sul far della sera


Carissime e Carissimi buona domenica, sto scrivendo da una camera d’una casa vacanze, la stessa che mi accolse nei mesi scorsi, che mi vide in un momento molto intenso spiritualmente della vita e dove ho radicato più profonde le risorse di fede; grazie anche alle materne cure di alcune Suore umanamente ricche di umanità, dalle quali ho ulteriormente appreso come abitare la nascosta misericordiosa pazienza: “ogni momento chiediamo a Gesù viva fede, tanta fede, quanto ci è necessaria” (dagli scritti della beata M. D. Mantovani, fondatrice).

In questa camera ed in questi ambienti ho riletto la Parola più volte (con una non indifferente solitudine -ero lontano da molti di Voi e dagli affetti più cari-), e la Parola più volte si è fatta eco, più volte si è fatta carne in me fino a spronarmi a vivere il servizio nascosto ed umile: un tempo nazaretano.

E dal tempo nazaretano Gesù si congedò iniziando la sua predicazione quando seppe che Giovanni Battista fu arrestato, successivamente avendo udito della morte di Giovanni Battista si ritirò in un luogo deserto, in disparte.


E così oggi questo Vangelo lo sento particolarmente intimo e nello stesso tempo condiviso con ciascuno di Voi: ma le folle lo seguivano.


Non ti puoi tirare indietro da un amore che ti è gratuitamente dato per amare l’amore. Per amore dell’umanità qualsiasi essa sia ed in qualsiasi situazione di vita (peccaminosa?) l’umanità ha diritto di essere amata: voi stessi date loro da mangiare.

Ma sul far della sera -sera della vita, sera del lavoro, sera degli affetti, sera dell’economia, sera della partecipazione, sera della gioia, sera dell’impegno, sera della amicizia, sera della Chiesa?-; sul far della sera c’è una certa stanchezza, c’è una certa spossatezza.

Stanchezza per la giornata, spossatezza per le fatiche paventando il rischio di “ritirarsi per riposarsi”; incombendo la stanchezza sul sentimento nobile della cura -sentì compassione per loro che Gesù aveva e che cercava di donarlo ai discepoli- la stanchezza appunto trasforma deforma un’emotività naturalmente congenita, il luogo è deserto ritiriamoci noi, stiamo insieme noi, come i figli con il padre (sentimento domestico, gli altri lasciamoli fuori dalla porta), in un’emotività egoisticamente istituzionalizzata, congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare (gli altri lasciamoli “fuori dal porto…”): sera dell’apostolato, sera del discepolato.

Eppure Gesù con categorico imperativo “Portatemeli qui” e alzando gli occhi al cielo -sguardo alto-, benedicendo -riconoscimento della gratuità del dono-, spezzando dei pani e del pesce -generatività paterna e materna- coniuga il tempo nuovo della famiglia nuova in uno spazio aperto, c’è posto per tutti e c’è da pranzare per tutti: alba della nuova umanità.


I discepoli, simpatici loro, rinchiusi nei loro programmi, nelle loro strategie pastorali è ormai tardi non trovano più la convenienza a fermarsi, ad attardarsi per predicare e raccontare del regno dei cieli: è ormai tardi dobbiamo andare, per le storie c’è tempo domani, forse…

La convenienza di una funzionale prassi come sia meglio (conviene) che un solo uomo muoia (vangelo di Giovanni 11,50) contro la non convenienza della novità dei pani spezzati per tutti: funzionalità annullata prassi dell’amore. Frangibilità di Dio.


E annota Matteo sul far della sera: tutto sta imbrunendosi perdendo i contorni nitidi, il potere, quand’anche fosse democraticamente benevolo, non riuscirebbe a controllare la situazione: è ormai tardi, è sul far della sera e si rischia, sì si rischia di perdere il controllo. E quindi?

Ma sì perdiamo il controllo e abitiamo l’ignoto con e di una moltitudine che affamata mi interpella.

E infatti Gesù mi interpella ed incalzando mi chiede quanti pani ho, quanti pesci ho: pratica di vita e non elaborata predicazione; infatti insiste Gesù e dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, distillato di accoglienza e sintesi di una nuova creazione erba invece di deserto «i deserti esteriori si moltiplicano nel mondo, perché i deserti interiori sono diventati così ampi» (Benedetto XVI), mi “impone” di spezzare pani, di dare pani: quant le bon al pan (diceva mia nonna), Gesù mi impone di dare dei pani, di dare la bontà del pane profumata dall’impasto di un amore moltiplicato quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini.

Pani e pesci per tutti e a sazietà religioso culto dell’abbondanza per abbondare nel culto dell’amore universale: senza tempo.

Anzi nel desertificante tempo della sera -deserto esteriore di una non-ampiezza interiore- la florida alba di prati d’erba: limpida ampiezza di Dio, moltiplicazione di civiltà.

Sul far della sera l’alba della compassione di Dio, l’alba dello sfamarci di Dio.

dmc 01.08.20

Acclamazione al Vangelo

Alleluia, alleluia.

Non di solo pane vivrà l'uomo,

ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio. (Mt 4,4b)

Alleluia.

Vangelo

Tutti mangiarono a sazietà.

Dal Vangelo secondo Matteo Mt 14,13-21

In quel tempo, avendo udito [della morte di Giovanni Battista], Gesù partì di là su una barca e si ritirò in un luogo deserto, in disparte. Ma le folle, avendolo saputo, lo seguirono a piedi dalle città. Sceso dalla barca, egli vide una grande folla, sentì compassione per loro e guarì i loro malati. Sul far della sera, gli si avvicinarono i discepoli e gli dissero: «Il luogo è deserto ed è ormai tardi; congeda la folla perché vada nei villaggi a comprarsi da mangiare». Ma Gesù disse loro: «Non occorre che vadano; voi stessi date loro da mangiare». Gli risposero: «Qui non abbiamo altro che cinque pani e due pesci!». Ed egli disse: «Portatemeli qui». E, dopo aver ordinato alla folla di sedersi sull'erba, prese i cinque pani e i due pesci, alzò gli occhi al cielo, recitò la benedizione, spezzò i pani e li diede ai discepoli, e i discepoli alla folla. Tutti mangiarono a sazietà, e portarono via i pezzi avanzati: dodici ceste piene. Quelli che avevano mangiato erano circa cinquemila uomini, senza contare le donne e i bambini. Parola del Signore

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